Una sola forma grafica per le parole

ggOgni lingua, quando perviene allo stadio di scrittura, deve fare i conti tra la pronuncia effettiva dei suoi vocaboli e la trascrizione fonetica degli stessi, giacché è risaputo, e comune a tutte le lingue del mondo, che viene sempre a crearsi una differenza tra lingua parlata e lingua scritta. Il sardo non sfugge a questa dicotomia, tutt’altro, perché, essendo originariamente una lingua derivata dal latino (neolatina o romanza), ha avuto un autonomo sviluppo temporale rispetto alla madre-lingua, particolarmente contorto e variegato, originando, per effetto delle lingue di contatto o di superstrato succedutesi nei secoli e in forza delle varie, e a volte lunghe, dominazioni subite, numerose e differenziate forme lessicali, fonologiche, morfologiche e sintattiche. Tutto ciò ha finito col causare numerosi dialetti o suddialetti con particolarismi locali dovuti alla varie vicessitudini storico-linguistiche delle zone interessate.

 

Per uscire dal vepraio che si è venuto a determinare nell’arco di nove-dieci secoli dalla data di prima apparizione delle lingua scritta in Sardegna (XI-XII sec.), e per superare, una volta per tutte, le divisioni di campanile dovute ai vari parlari sardi, se veramente si desidera pervenire ad una effettiva unificazione e standardizzazione del Sardo, ossia ad una sua unica trascrizione grafica, occorre stabilire dei criteri-guida ai quali uniformare le scelte.

E queste scelte dovranno valere, oltre che per la futura Lingua Sarda Unificata, che è auspicabile che i Sardi tutti riescano prima a volere fortemente e a creare poi con illuminante apertura ideologica e lungimiranza politica, anche per tutte le parlate locali che, mi piace ribadire, dovranno continuare a vivere e ad essere valorizzate, costituendo esse un patrimonio sociale, umano, linguistico e storico di valore inestimabile.

Il primo di questi criteri è, dunque, quello di scrivere ogni vocabolo sempre alla stessa maniera, e per far questo, scienza e buon senso suggeriscono di partire dalla origine etimologica del lemma, che nella maggior parte del nostro lessico è di provenienza latina.

Per esempio la voce sarda con la quale si suole indicare “la sorte o il destino”, per effetto delle varie differenziazioni fonetiche locali, si trova oggi scritta in diverse maniere “sorte, sorthe, solte, solthe, solti, sorthi, sorti”, ingenerando, com’è facile intendere, un pandemonio scritturale tale, seguendo il quale mai riusciremo ad insegnare agli alunni sardi una lingua che non sia codificata almeno nella sua scrittura. Ora, derivando la parola sarda sorte dal latino SORS, SORTE, ne consegue che la scelta definitiva della forma grafica comune è quella di sorte.

Ciò, ripeto, non significa che tutti i Sardi, come d’incanto, dovremo pronunciare sorte, ma che così dobbiamo scriverla, riservandoci però il legittimo diritto di pronunciarla secondo le inflessioni locali.

Lo stesso dicasi per la copula è, da noi resa graficamente con “est, este, esthe, es, er, el, en, è”, e che dovremo invece tutti scrivere nella forma est, così come suggerisce l’uguale base latina, dalla quale è derivata.

Ma se appare scontato che nella scelta di scrittura unificata è legittimo e scientificamente corretto rifarsi alla base latina dei vocaboli, da cui ha avuto origine la maggior parte del lessico della nostra Lingua, come comportarsi invece con i lemmi derivati da altre lingue?

Qui sorge l’altro spinoso e più difficile problema del modello di scrittura complessivo, e di quello relativo alla aggeminazione delle consonanti sarde in particolare.

E’ sotto gli occhi di tutti la completa anarchia che esiste al riguardo, una babele lessicale che non trova l’uguale in alcuna delle lingue del mondo, e che consente a chi scrive nella nostra lingua di

scegliere arbitrariamente la resa grafica di ogni singolo vocabolo, a volte con ridicola estemporaneità, altre seguendo la moda del calco di lingue “altre” (per esempio dello spagnolo), altre ancora come dettate da un’irrazionale voglia di apparire originale e diverso dagli altri (soprattutto dall’italiano!), prescindendo da una tradizione scritta e letteraria che pure abbiamo, quantunque in maniera non copiosissima e perfino non del tutto uniforme.

Orbene qui si propone un secondo criterio-guida al riguardo, partendo dalla constatazione di un bilinguismo ormai diffuso e comunemente accettato nella nostra Isola (in verità, con una sempre più marcata prevalenza dell’italiano soprattutto nelle ultime generazioni), cercando di immedesimarci in chi dovrà contemporaneamente imparare a parlare e a scrivere in sardo e in italiano (i nostri ragazzi, a scuola), evitando di creare loro barriere artificiali tra le due lingue, tra il modo di renderle graficamente, di usarle contemporaneamente con pari dignità e pari valore funzionale, di intenderle nella loro completezza, secondo tradizione storica, cultura e senso di appartenenza, favorendo così il reciproco rispetto e la reciproca più ampia valorizzazione.

Tutto questo ci convince che il problema dell’aggeminazione delle consonanti vada risolto nel senso di raffrontare la scrittura del sardo con quella italiana, uniformandola, per quanto possibile, nella resa grafica, senza voler artificiosamente addure obsolete e pretestuose argomentazioni di paese, che niente hanno di scientificamente provato e molto invece di livore storico pregresso.

Solo se saremo capaci di operare questa non costosa “rivoluzione”, se i sardi tutti vorranno scrivere

 

           bacca e non baca /       beffe e non befe               fattu e non fatu  

             (lat. VACCA)               (it. ant. beffa)             (it. fatto o lat. FACTUS)               

 

           sette e non sete /           toppu e non topu /     Sardigna e non Sardinnya

             (lat. SEPTEM)             (it. zoppo)                         (it. Sardegna)

 

avremo fatto un grosso passo avanti nella uniformazione ortografica e nella codificazione

della Lingua Sarda.

Occorre qui ricordare che non è possibile insegnare ed usare per iscritto una lingua senza che i vocaboli che la costituiscono siano codificati da regole precise di scrittura, universalmente accettate e condivise dal popolo dei parlanti.

E’ questo un passo indispensabile per pretendere una parità linguistica effettiva ed attuarla con l’insegnamento paritario nelle scuole di ogni ordine e grado, con il riconoscimento ufficiale nelle istituzioni pubbliche, nella vita relazionale.

Antoninu Rubattu (Tonino Mario Rubattu) Copywrite 2013

WebMaster Franco Piga (Romana 'SS') - Sito online dal 1 settembre 2013